Djokovic-Humbert a Basilea: la luce di Pechino contro il mancino che non chiude i conti
Basilea apre il suo campo al coperto a un primo turno che ha l'aria di un esame per entrambi. Novak Djokovic, numero 12 del ranking e quarta testa di serie con una wild card, debutta contro Ugo Humbert, numero 38. Nessuno dei due ha ancora giocato una partita in queste condizioni, quindi il primo set dirà qualcosa a tutti, anche a loro. L'intrigo sta in due domande: Djokovic ritroverà l'intensità di Pechino? Humbert saprà far durare il suo tennis migliore?
Djokovic, il campione che deve ricaricare le batterie
A Pechino Djokovic ha vissuto una settimana vera, non una passeggiata. Contro Bu Yunchaokete ha dovuto rimettersi in partita: ha sprecato diverse occasioni nel secondo set, poi lo ha salvato al tie-break e ha preso il largo nel set decisivo. Lui stesso ha dato a quella rimonta un valore psicologico: aveva assorbito la pressione e continuato a crearsi chance finché la partita non ha girato.
Il segnale più forte è arrivato con Zverev, che Djokovic ha definito «probabilmente una delle due migliori partite» della sua stagione. Ne ha spiegato anche il motivo: servizio più colpo successivo, attacco sulle palle corte, discese a rete, un rischio calcolato invece di lasciar comandare l'avversario. Nei game di risposta decisivi, a fine set, ha fatto la differenza. La finale si è chiusa con il ritiro di Alex de Minaur, ma il titolo gli ha restituito la fiducia.
Poi è arrivato Shanghai, ed è stato come uscire dal sole e trovarsi in una giornata grigia. Contro Hubert Hurkacz il resoconto ufficiale parla di una prestazione a basso voltaggio, con un Djokovic in difficoltà fisica dopo il carico di Pechino. Hurkacz non si è limitato a servire bene: ha retto anche da fondo e, superate le prime difficoltà nei suoi turni di servizio, ha controllato il match.
Resta poi una questione di salute mai chiarita fino in fondo. A Pechino Djokovic aveva detto: «Non è resistenza. È qualcos'altro, più legato alla salute». Una diagnosi non è mai arrivata. Alla vigilia di Basilea ha spiegato di stare molto meglio, anche se non ancora come vorrebbe: un passo avanti, non un via libera medico.
Le notizie più fresche, però, hanno un tono incoraggiante. Djokovic dice di essersi allenato bene, prima a Belgrado con Dušan Lajović e poi qui con Stan Wawrinka, e considera Pechino la sua migliore settimana fuori dagli Slam. Il rinvio dell'esibizione in Arabia Saudita gli ha liberato spazio in calendario, e lui lo usa per inseguire la qualificazione alle ATP Finals. Sullo sfondo c'è anche la possibilità di eguagliare il numero di titoli di Roger Federer proprio nel torneo di casa dello svizzero.
L'umore è battagliero: «Non renderò nulla facile ai più giovani», ha promesso. C'è anche un dettaglio che conta più di quanto sembri: è lui stesso a definire il campo al coperto fisicamente preferibile, senza caldo, sole e altri fattori esterni. Per un giocatore che lega il proprio tennis allo stare bene, non è una sfumatura.
Humbert, il buon inizio che non sa trattenere
Humbert è rientrato da uno stop legato alla schiena, e il ritorno a Tokyo è stato luminoso. Contro Brandon Nakashima ha concesso pochissimo, protetto da una prima di servizio eccezionale, e ha vinto con autorità contro un avversario in buona forma sul cemento. Il suo tennis d'attacco, insomma, non si era perso per strada durante l'assenza.
Da lì in poi, però, la sua storia recente si ripete con una certa malinconia. Con Jiří Lehečka è partito nel modo ideale, poi l'avversario ha preso il comando grazie al servizio e Humbert ha perso presa sui game di risposta. A Shanghai, contro Arthur Géa, ha reagito alla perdita del primo set, ma il set decisivo è stato a senso unico. Va detto che Géa viveva un momento di grazia e nello stesso torneo ha poi battuto Ben Shelton e Jakub Menšík.
La partita più recente, e anche la più eloquente, è quella di Lione contro Corentin Moutet. Humbert ha perso il primo set, si è ripreso al tie-break del secondo e poi si è perso in una serie di break e controbreak. Moutet aveva i crampi, serviva male e ha chiesto anche l'intervento del fisioterapista, ma Humbert non ha trasformato quelle aperture in un vantaggio stabile. Quando il servizio di Moutet è tornato a funzionare si è arrivati a un altro tie-break, e lì la rimonta si è fermata.
Il suo problema, quindi, non è la qualità: è la continuità. Humbert produce fasi di ottimo tennis, ma quando la partita cambia direzione fatica a tenerne il controllo. Dopo Lione non sono stati segnalati nuovi infortuni, anche se una guarigione completa della schiena non è confermata. Pensare che il coperto gli restituisca da solo il suo tennis migliore sarebbe una scommessa sull'aria di casa più che sui fatti.
La chiave sta nelle prime risposte di Djokovic
Il primo capitolo lo scrive il servizio mancino di Humbert, con angoli che aprono il campo al colpo successivo. Quando quella prima entra pulita, come con Nakashima, il suo gioco diventa difficile da scalfire. A Shanghai la risposta di Djokovic non è sembrata pronta a neutralizzare un battitore potente: più che contare i turni di servizio tenuti all'inizio, conviene guardare la profondità e la pulizia del suo impatto in risposta.
Sarebbe però sbagliato immaginare un Humbert che attacca e un Djokovic che si difende. Il miglior Djokovic di Pechino ha vinto di iniziativa, con il servizio più uno, aggredendo le palle corte e chiudendo a rete. La domanda vera è se a Basilea saprà imporre quella struttura o se dovrà, ancora una volta, uscire da situazioni neutre o difensive.
Neppure la lunghezza degli scambi è un valore in sé. Lehečka ha messo in crisi Humbert con il servizio, Moutet con una partita disordinata, in cui le occasioni comparivano e svanivano. A Djokovic servirà una risposta o una palla neutra che costringa Humbert a giocare un colpo in più con un'intenzione precisa, senza lasciargli il comando dello scambio.
Poi c'è il modo in cui ciascuno reagisce a un'occasione persa. Djokovic, a Pechino, ha trasformato la frustrazione in esecuzione lucida nei momenti finali; Humbert, a Lione, è rimasto a metà di una rimonta pur avendo le porte aperte. Dopo una palla break sprecata conterà vedere chi si rimette subito in carreggiata, chi si fa passivo e chi invece si affretta.
Se si arrivasse al set decisivo, non sarebbe un semplice processo alla resistenza. Djokovic ha già separato il suo problema di salute dalla tenuta atletica, mentre Humbert nelle partite lunghe non è mai riuscito a dominarne il finale. Sullo sfondo resta l'addio di Wawrinka, che dà al torneo un'aria commossa: il tifo per questa partita, però, è tutto da scoprire. La sensazione è che si deciderà su una domanda semplice: chi tiene la luce accesa più a lungo.

Io non ho fretta. Anche il pulsante è paziente.










