Tabilo contro Jódar a Basilea: il mancino che non chiude e il ragazzo che insegue le Finals
Basilea apre la sua settimana al coperto con un primo turno che ha poco del riscaldamento. Rafael Jódar, numero 11 del mondo e testa di serie numero 3, arriva da una finale a Shanghai e insegue la sua prima qualificazione alle ATP Finals. Alejandro Tabilo, numero 30, porta con sé un autunno fatto di lampi bellissimi e di finali di partita andati storti. L'intrigo sta tutto qui: il ritmo ritrovato di uno contro il talento intermittente dell'altro, su un cemento indoor dove nessuno dei due ha ancora dimostrato nulla.
Tabilo, il talento che si spegne sul più bello
Per capire Tabilo bisogna partire da Tokyo e dalla partita contro Tommy Paul. Fu una vittoria netta e autoritaria, giocata comandando lo scambio, contro un avversario che non trovò mai il modo di opporre una resistenza vera. Era uno stadio coperto: un dettaglio che a Basilea pesa più di quanto sembri.
Il guaio è che quella versione di Tabilo non resta in campo a lungo. Contro Denis Shapovalov, sempre a Tokyo, aveva perso il primo set dopo uno scambio di break, poi aveva reagito con ordine e si era preso il secondo. Il set decisivo è filato via senza scossoni finché Tabilo non ha dovuto servire per restare nel match: Shapovalov ha aggredito, l'esecuzione si è sfilacciata e la partita è finita lì.
A Shanghai la storia si è ripetuta con un'altra trama. Tabilo ha vinto il primo set contro Pablo Carreño Busta, poi ha perso il tie-break del secondo e non è più riuscito a rimettere la partita sui suoi binari. Di mezzo c'è stata anche la pioggia, su un campo scoperto, ma niente dice che sia stata l'interruzione a girare l'inerzia.
Non è un giocatore che sparisce dopo il primo schiaffo, e la rimonta contro Shapovalov lo dimostra. Il problema è più sottile e più fastidioso: la qualità c'è, ma tende a evaporare proprio quando un game di servizio diventa decisivo. Sarebbe ingiusto chiamarla fragilità mentale, ma due indizi di fila sono già un'abitudine da tenere d'occhio.
Sul piano fisico non risultano infortuni, anche se dal torneo di Almaty si è ritirato senza spiegazioni ufficiali. Il dubbio resta sospeso a mezz'aria, come certe nuvole che non si decidono. In compenso arriva a Basilea senza partite in più nelle gambe.
A settembre aveva raccontato di aver intensificato il lavoro combinato tra campo e preparazione fisica, con una continuità mai avuta prima. Con il suo team sta lavorando per giocare di più a rete e venire avanti, convinto che la volée sia un'arma che finora ha sfruttato poco. Per un mancino che vuole tornare verso il suo miglior ranking, è un progetto che merita fiducia, almeno finché il braccio non trema.
Jódar, la fiducia ricostruita a forza di partite
Jódar a Shanghai ci era arrivato dopo settimane deludenti, e ne è uscito con un'altra faccia. Il suo torneo è stato una sequenza di partite raddrizzate dopo partenze in salita, contro avversari diversissimi tra loro: Jiri Lehecka, Botic van de Zandschulp, Casper Ruud. La fiducia non gli è piovuta addosso, se l'è costruita turno dopo turno.
È lui stesso a raccontarlo così: «Tutte le partite che ho giocato nei turni precedenti mi hanno aiutato». In semifinale contro Daniil Medvedev, finalmente, il livello è diventato autorevole, senza un'altra rimonta rocambolesca. Battere Medvedev da fondo campo, sul suo terreno, non è un esame che si supera per caso.
La finale con Alejandro Davidovich Fokina, tutta spagnola, ha mostrato insieme il meglio e il limite. Jódar è partito con un tennis pulitissimo e aggressivo, risposte vincenti comprese, fino a trovarsi avanti di un set e un break. Poi Davidovich ha recuperato il break, ha resistito alla pressione nel finale del secondo set e, quando la partita si è allungata, gli equilibri sono cambiati.
Verso la fine Jódar ha avuto bisogno di cure per i crampi. Davidovich ha spiegato che il suo piano era proprio rendere la partita fisica e farlo correre. Non si parla di un infortunio strutturale.
Dopo la sconfitta, però, il ragazzo non sembrava affatto abbattuto: si è detto «ancora contento di come stanno andando le cose» e ha riconosciuto a Davidovich di essere stato più bravo nei momenti importanti. Il capitano di Coppa Davis David Ferrer, che lo ha appena convocato, ha però espresso il timore che la stanchezza accumulata gli presenti il conto a fine stagione. È il tipo di preoccupazione affettuosa che si riserva ai giovani che corrono troppo.
C'è poi il temperamento. Contro van de Zandschulp si è preso un'ammonizione per comportamento antisportivo dopo uno sfogo contro un raccattapalle, salvo poi rimettersi in carreggiata e chiedere scusa: «Sono umano, sto imparando». Il nervosismo si vede, ma finora non gli ha mai impedito di continuare a competere.
La posta in palio è chiara: Basilea e Parigi sono le ultime occasioni per agganciare le Finals. Il team resta guidato dal padre, mentre l'arrivo di Juan Carlos Ferrero è soltanto una voce. E l'eventuale rivincita con Davidovich a Basilea è già sfumata con il suo ritiro, quindi niente distrazioni: davanti c'è solo Tabilo.
Il servizio mancino contro la risposta che morde
Il confronto si gioca soprattutto nei primi colpi. Jódar a Shanghai ha trasformato la risposta in un'arma, e Tabilo non può permettersi che ogni game di servizio diventi un esame di difesa. La traiettoria del mancino, la prima che apre il campo e la discesa a rete sono le sue carte per non farlo accomodare nello scambio.
La distinzione decisiva è semplice da dire e difficile da eseguire. Venire avanti dietro una palla davvero pesante paga; farlo dopo un colpo interlocutorio significa offrire a Jódar il passante. È qui che si vedrà se il lavoro raccontato a settembre è diventato istinto.
La lezione di Davidovich offre a Tabilo un secondo piano. Allungare i punti quando non c'è un attacco pulito e far muovere Jódar può spezzargli il ritmo, soprattutto se le gambe non hanno dimenticato Shanghai. Basilea, però, non è Shanghai: altro avversario, altre condizioni, e copiare una partita non garantisce di ripeterne il finale.
Sul cemento al coperto nessuno parte con un vantaggio certificato. Tabilo ha il buon ricordo dello stadio coperto di Tokyo, Jódar deve capire se il timing ritrovato all'aperto sopravvive al cambio d'ambiente.
Alla fine, la partita potrebbe decidersi nello stesso posto dove si sono decise le ultime di entrambi: il finale di partita. Tabilo deve dimostrare di saper chiudere quando il servizio pesa, Jódar di saper reggere fino in fondo quando il match si allunga. Confesso di non sapere quale dei due difetti sia più difficile da correggere in una settimana.

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